La parola di oggi: Minotauro (la figlia del)

Minotauro

Minotauro

La signora si fermò a pochi centimetri dal movimento pigro delle onde del mare, incrinando il silenzio della notte con il fruscio della sua tunica sulla sabbia. Guardò con rabbia il ghigno di scherno che le rivolgeva la luna: era a forma di falce, la stessa che formavano le sue corna cresciutele sulla fronte.

La signora alzò lentamente le braccia, disegnando un anello davanti a sé. Emise un sussurro che mantenne nella bocca per qualche secondo. Quindi aprì le labbra dalle quali uscì un fischio basso e monotòno che fece vibrare la striscia bianca dipinta sul mare. Le particelle di luce si staccarono seguendo le note scritte sull’unica riga del pentagramma. La signora mutò il fischio in un lamento che prese la forma del vento alzatosi sul mare. Poi tese le braccia, rigate da vene pulsanti, e fletté il palmo delle mani: l’acqua, la luce, le note e il vento si mescolarono in un turbine che si raccolse in una spirale sempre più grande e potente. L’ira della signora succhiò altra energia e crebbe nella pioggia che adesso cadeva nervosa.  Il groviglio di rami e foglie degli alberi, al di là del terreno sabbioso, venne risucchiato nel lugubre lamento. Tutta la notte partecipò al respiro profondo della rabbia: la sabbia divenne tempesta, la notte si gonfiò nelle tenebre, l’acqua sprofondò nell’abisso, il vento crebbe inseguendo se stesso. Fu allora che le braccia della signora si alzarono ancora rompendo l’anello e aprendosi all’infinito. Questa volta lanciò un grido, acuto e straziante. E tutto cadde. Non ci fu più dolore, né vergogna, né colpa.
La vita si sciolse.

Suo padre, il mostro dal volto taurino, signore del più inaccessibile labirinto, fonte iniziatica e prima lettera dell’alfabeto, fu vendicato.

#laparoladioggi: #Minotauro

La parola di oggi: Lucirosseallinclusive.

Lucirosseallinclusive

Lucirosseallinclusive

Adoro la mia città, chi mi conosce lo sa bene. Adoro Torino in maniera imparziale, al limite dell’ossessione, e adoro tutto ciò che da essa nasce: architettura, letteratura, musica.
Ah, la musica.
Li ascolto proprio adesso, che sono in riva al mare. La musica batte negli auricolari al ritmo di qualche goccia d’acqua che proviene dal correre di un ragazzino su una tavola di legno colorato. Le canzoni si alternano fra momenti rock e spazi prolungati e languidi. Nessun fronzolo, nessun orpello. Nessun inutile virtuosismo. La musica è come Torino: bella ed essenziale. Distante, pulita, decisa.
È strano, ma è come se i pezzi ti portassero a saggiare tutta una parte della tua vita, ed è come se la osservassi scorrere su un pentagramma, enfatizzata dai minori del terzo pezzo. Sento gli accordi vibrare laggiù, in fondo alla gola, dove provo tutto il bene e anche tutto i male dell’esistenza.
“Quanti passi può fare un uomo senza chiedersi chi è davvero?”
E ci si sente cullati da queste note a Luci Rosse, che sembrano fare da colonna sonora a una cortina di pensieri che si stendono appoggiandosi sul mare.

Il terzo è, senza dubbio, il mio pezzo preferito.
È caldo. È malinconico. È un pezzo doloroso, il pezzo più rosso che c’è.
Porta un seme sensuale che si insinua nel cervello. E tu no puoi far altro che alzare gli occhi (i tuoi!) verso l’orizzonte, verso quella linea curva che stabilisce il confine fra ciò che esiste e ciò che ancora è da immaginare. E ti lasci trasportare dalla cadenza malinconica della canzone, fin dentro la parte più intima del tuo io. Fino all’ombra. E il rosso diventa nero. Sei arrivato all’abisso e ci sei arrivato camminando contro vento.
Non esiste più nulla difronte a te. Tutti si sono dissolti, lasciandoti allo scoperto, senza vestiti. La tua pelle è in contatto con la sabbia umida. Senza costume. Nuda. In piedi, in equilibrio, sul filo dell’orizzonte disegnato dal mare francese.

Un disco da sommelier; che va prima osservato contro luce, poi va annusato. Infine assaggiato fino all’ultima nota, preferibilmente accompagnato da un buon vino piemontese. Rosso, naturalmente.

Francesca.

Dove trovare il disco: da Rock & Folk, Via Bogino, 4 a Torino.

La parola di oggi: tre (anni).

Ho imparato che bisogna guardare le cose da un diverso punto di vista per trovare delle soluzioni.
Ho imparato che rammaricarsi del passato equivale a camminare con la faccia rivolta all’indietro.
Che provare rancore è come prendere del veleno aspettando che muoia il nemico.
Ho imparato che vivere significa rischiare, una sconfitta vale più di mille pareggi.
Ho imparato che nell’equilibrio dell’universo, la mia vita vale esattamente quanto un’altra.
Ho imparato che il proprio corpo è una cosa preziosa, non meno del proprio cervello.
Ho imparato che dire “cacca” si può ed è lecito: persino Mozart sarebbe d’accordo.
Ho imparato che un sogno può essere il vero portavoce della propria anima e che non è sempre necessario comprenderlo, basta ascoltarlo: funziona!
Ho imparato che il nero che c’è in ognuno di noi bisogna accettarlo affinché non lavori alle nostre spalle.
Che non tutto è spiegabile scientificamente, che ci cono cose che devono rimanere nell’ambito del mistero, ed è bello così.
Che per capire certe cose bisogna farle, non spiegarle.
Che non si può controllare tutto, le cose devono anche essere lasciate andare.
Ho imparato che si possono ascoltare Mozart e gli Iron Maiden nella stessa playlist e che questo non è sempre indice di incoerenza.
Ho imparato che in tutti resta una parte di bimbo e che questa va ascoltata.
Provare dolore può essere gratificante e riempitivo e che quindi si può rischiare di volerne sempre di più.
Che nelle persone speciali, è speciale anche la follia.
Che in un nome di battesimo c’è un’identità e che spesso si può capire molto anche da questo.
Cercare il 9 nelle sequenze numeriche delle automobili o delle date è un modo per distrarsi.
Ho imparato che le donne non hanno vie di mezzo: o sono misere, o sono meravigliose.
Che il corpo va sporcato, non sterilizzato.
Che è giusto desiderare, ma che è fuorviante concupire.
Che la curiosità non è sinonimo di immaturità.
Ho imparato l’importanza della bellezza, non solo della mente, anche di un viso.
Ho imparato che le giornate possono essere divertenti anche in un monastero e che un viaggio in solitudine può trasformarsi in una barzelletta.
Ho imparato che esiste un Dio dei cavi, quello che, per quanto tu sia accorto nel riporli, te li fa trovare sempre ingarbugliati.
Ho imparato che le parole XXX e XXX non sono pericolose, ma ancora non mi riesce di pronunciarle senza grattarmi…per questo i prossimi tre anni! ^_^

Francesca.

La parola di oggi: assenza

Sono cento giorni che te ne sei andata.
No. La verità è che sono io che ti ho mandata via. Mi sono svegliata una mattina: la nausea nella testa e la decisione di scacciarti. La ferma decisione che non avresti più fatto parte della mia vita. Mai più.

Tu, piccola creatura, avvelenavi e le mie giornate. Tu, che però le riempivi e a loro davi un senso. E mi riempivi di una densa nebbia grigia appoggiandoti sulle mie labbra, così calda e liscia. Un corpo lungo, sottile, bianco e una piccola cima bionda.

Mi manca il tuo sapore. Mi manca sentire come passavi liquida fra le mie dita.
Tutti dicevano che sarebbe stata solo una questione di tempo; e invece eccomi qui a pensare a te.

Tu, mia piccola sigaretta immonda e meravigliosa!

Specchio specchio delle mie brame, chi è la più amata del reame?

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E parliamo un poco di lui, il grandissimo Giacomo Casanova (1725-1798), parliamo di quell’opera divertentissima che è L’Histoire de ma vie, opera monumentale (tre volumi dei Meridiani, migliaia di pagine), che nella vita vale davvero la pena di leggere. Ne parleremo qui in più puntate. Oggi mi limito a un’introduzione leggera.

Casanova è considerato, insieme a Don Giovanni, il grande SEDUTTORE, ed è stato a lungo detestato dalle donne, femministe in prima linea, che lo vedevano come uno sfruttatore. In  realtà, è vero il contrario e ve lo dimostrerò.
D’altronde è lui stesso a rivelarcelo, l’idea del seduttore gli è odiosa: “… Il seduttore, che veda nella seduzione il proprio fine ultimo, è un uomo abbietto, nemico giurato delle donne: un delinquente, dotato di pregi di cui è indegno.”

Casanova dunque più che un seduttore  è un AMATORE è colui che ama perché è amato.
Non un corruttore ma semmai “un correttore di destini”, come spiega Bàccolo uno dei biografi di C., “dato che una donna una volta uscita dalle sue mani non sarebbe mai più stata la stessa, tanto lui sapeva esaltarne le doti sessuali intellettuali e spirituali”.

Molti si sono chiesti qual era il metodo di conquista del bel veneziano… probabilmente non ne aveva. Semplicemente le adorava :
“Lo stupore che su questa terra cammini la Donna, con il suo universo estraneo e complementare e quella donna con quegli occhi quel naso quella bocca. Sempre come se fosse la prima volta, senza esperienza e senza usura.”

Anche Comisso azzarda un’ipotesi:
“Il suo metodo è di ingrandire la donna, di darle conoscenza della sua bellezza e delle sue risorse. Creare nella donna il senso delle sue possibilità amatorie, valorizzarla, dare alla donna consistenza nella sua propria sensualità.”
E direi.. non è cosa da poco.
Casanova  è anche generoso con le sue donne, soprattutto con quelle in difficoltà, rimaste senza soldi,  o peggio monache magari incinte.  Le sostiene, le aiuta economicamente e moralmente, certo non è uno stinco di santo ma non le abbandona mai. Le accasa sempre bene con matrimoni vantaggiosi.
E poi, non scordiamolo è molto generoso anche a letto cosa che non guasta mai.

Insomma con le donne Casanova ha soprattutto fatto festa, le ha divertite, fatte ridere, e insieme hanno celebrato la vita.

 

Fine della prima puntata…

Le streghe

The Magic Circle

Prendo spunto da un film molto divertente e dissacrante, spagnolo, del regista Álex de la Iglesia  dal titolo Le streghe son tornate che vi consiglio vivamente di andare a vedere.

L’inizio è folgorante. Un Cristo argentato immobile sotto il peso di una croce di legno, anch’essa argentea, in una affollatissima piazza di Madrid che all’improvviso estrae dal perizoma un cellulare per rispondere a una chiamata. Da lì in poi un susseguirsi di situazioni esilaranti, anarchiche e intelligenti. Lascia un poco a desiderare il finale, ma lo si perdona. Riflessioni sul rapporto uomo/donna, moglie/marito, genitori/figli il tutto condito da un senso dell’umorismo molto ispanico.

Le streghe…  Chi erano? Donne che guarivano con le erbe, che danzavano con la Natura praticando rituali legati alla fertilità, che erano in grado come gli sciamani di compiere viaggi extracorporei. Insomma, donne troppo intelligenti per le epoche buie. Certamente legate all’esoterismo, ma al contrario degli alchimisti, perseguitate malamente. Pensiamo ad Antonia, la ragazza protagonista del romanzo La Chimera di Sebastiano Vassalli, ma come lei a molte altre, arse vive. E chi sono oggi? Donne o uomini, ormai i generi non interessano più, semplicemente persone che anelano a una dimensione diversa, a un ruolo meno schematico, che vivono la loro sessualità senza offuscamenti religiosi, persone più libere, ecco.

Mi piace pensare a loro mentre nella notte ballano il sabba in qualche discoteca, o in un jazz club, scatenate e divertenti, dedite soltanto all’esaltazione della forza vitale e del magico femminino.

Paul Delvaux, L'Appel de la Nuit [The Call of the Night]

La parola di oggi: generale (il)

Jean Louis David | Napoleone

Jean Louis David | Napoleone

IL GENERALE

L’ accortezza d’un capace condottiero
D’aver per anni combattuto
Contro il solo fianco fiacco del rivale,
Porta a sé immondo senso di vana messa.

Se però s’accorge, ancora,
Che il peggior corrotto
Vive e munge dal suo seno,
Lo sgomento si traspone in nefandezza.

Che da un lato stette duro a provocare
Uno sciocco dispendio d’energie
e dall’altro a suscitare dannazioni
per giorni, ore, anni e lustri gloriosi.

Imminente è perciò il bisogno
di mutare l’attempata strategia
in qualcosa che si possa portar via
con positiva e proficua rendita.

Ma, se lo stesso generale,
comanda e pone legge
che sia lui il solo e l’unico
a poter fare e non fare,
non potrà che rivolgere il malcontento
alla sua stessa e beffata signoria.

Francesca.

Sulla Libertà

spiaggia la Libertà

Penso a una canzone di Giorgio Gaber che da ragazzina ascoltavo grazie a mio fratello. Mi è sempre sembrato un brano vero e oggi voglio riproporlo qui.

La libertà non è star sopra un albero, | non è neanche il volo di un moscone, | la libertà non è uno spazio libero, | libertà è partecipazione.

Si parla molto di Libertà, ma cosa sia, per ognuno di noi, è difficile definirlo. E allora eccovi qualche suggestione dai grandi autori. Forse  ce ne sarà una che fa per voi.

L’uomo è condannato ad essere libero. (Jean-Paul Sartre)

Io so questo: che chi pretende la libertà, poi non sa cosa farsene. (Pier Paolo Pasolini)

È dall’ironia che comincia la libertà. (Victor Hugo)

Ne aggiungo ancora…

La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.
(Theodor Adorno)

e uno stralcio dell’ inno alla libertà di Paul Éluard  …

Sur toutes les pages lues
Sur toutes les pages blanches
Pierre sang papier ou cendre
J’écris ton nom (…)

Sur tous mes chiffons d’azur
Sur l’étang soleil moisi
Sur le lac lune vivante (…)
J’écris ton nom

Sur mon chien gourmand et tendre
Sur ses oreilles dressées
Sur sa patte maladroite
J’écris ton nom (…)

Liberté.

Illuminante Bellezza

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Succede così raramente di fare dei veri Incontri. In quegli istanti sembra che il mondo respiri, si dilati. E tu sei lì in bilico tra il riconoscimento e la sorpresa. Uno scambio di sguardi, o meglio di qualcosa che passa attraverso gli occhi, e che non è propriamente un vedere attraverso la vista, ma una sorta di “tocco”. Come se sottili dita sfiorassero il tuo cervello e negli occhi si formasse un’immagine nuova, magica.
Così le gambe si muovono, e vai verso la persona che ancora inconsapevole ti ha chiamato. E siete lì, sorridenti, non si sa bene da quale pianeta, giunti. Ma qualcosa vibra nell’aria intorno a voi. Vi siete riconosciuti, nella massa informe di solitudini che camminano, si muovono vicino a voi, per una qualche strana combinazione, proprio voi vi siete trovati.
E’ questa la vera Bellezza.
Sei entrato e ho visto un essere smarrito, fuori luogo in quel posto. Come me. Tra le tante facce che mi scorrono intorno, che ballano, si muovono, bevono, ridono, il collegamento è solo nostro.
Da dove viene questa forza che mi spinge verso di te?
E’ qualcosa che abita fuori di me, una forza più potente dell’individualità muove i miei passi verso quello che sarà un Incontro. E so di non sbagliare. Perché non sono io che decido, io sono solo un tramite, vengo sospinta, attraversata. Come uno juròdivij, il folle di dio.
Quel momento ha a che fare con l’eternità.
Ma le persone sono caduche, e rimangono, sfingi, un grande enigma.
Non a caso è L’Idiota, il principe Miškin, uno dei personaggi più struggenti di Dostoevskij, a sussurrare che
La bellezza è un enigma.

La Città di pietra, magici riflessi

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Torino incastonata tra le rocce. E di rocce composta. Piazze, vie, palazzi, cortili, il centro storico brulica di una miriade di pietre diverse. Non si fa mai molta attenzione a dove si mettono i piedi. Bisognerebbe.
“Dove c’è un simile lastricato? Un paradiso per i piedi, anche per gli occhi!” scriveva il filosofo dell’Oltreuomo.
Piazzetta Maria Teresa, salottino privato. Qui la pietra di fiume si mostra in tutto il suo splendore. E’ uno dei materiali più antichi, estratta dalle anse e portata in superficie splende di una sua anima acquatica. Levigata, ondosa; se ne vedono di ogni colore: indaco, blu petrolio, grigia, azzurra con piccole macchie marroncine. Piantata nella terra spunta come alga dalla cima recisa a rendere peregrino un passaggio che normalmente non dovrebbe subire. Si vendica. Difficile camminarci sopra con tacchi puntuti e suole fini. I piedi delicati mandano messaggi di aiuto. Per fortuna ci sono i camminamenti di lastre di altra pietra, più compatta, uniformemente calpestabile, a salvarli. Purtroppo nella piazza l’acquatica roccia è offesa da un’odiosa striscia blu, contenitore di automobili.
Vista dall’alto la piazza pare un condensato di elementi, terra e metallo: erba, alberi, lampioni, per i cani scodinzolanti, pietre, piccine, grandi, e disegni di acque sotterranee. Il giardinetto di pianta quadrata,  che d’estate è un luogo felice al riparo dal caldo, con cupole di rami che formano un circolo sopra la testa a proteggere dai raggi del sole, è in porfido rosato.  Pòrfido: roccia vulcanica effusiva a struttura porfirica. Dai mutevoli usi. Pavé, sanpietrini… ll rumore dei (lo so, dovrei scrivere ‘degli’ ma non mi suona affatto bene) pneumatici sull’acciottolato ha una sfumatura di pressione infastidita. Qui i marciapiedi  sono  lastroni di solida pietra grigio cenere.
Tutte o quasi le vie del centro prevedono il pavé, e di sicuro i marciapiedi sono di porfido o di lastricato di dimensioni più o meno grandi. Anche una viuzza piccina come via des Ambrois, famosa per un’incivile particolarità ben descritta anni fa da Giuseppe Culicchia, è completamente in porfido violetto, piccino per il marciapiede, più grande per il centro strada. Facendo molta molta attenzione a dove si posano i piedi è comunque apprezzabile l’effetto “fontana” che se ne ha mentre si cammina. Sembrano zampilli aperti su ignote passeggiate. In piazza Carlo Emanuele II, più conosciuta come Carlina, il pavé la fa da padrone. Lastre di pietra tagliata molto grande disegnano tanti appezzamenti minerali, striature argentee paiono scaglie di  pesci immaginari: lapidarium nautilus. Nelle notti di luna calante, da un alto abbaino svapora un lamento: è il fantasma della Bela Caplera, l’ultima donna giustiziata in questa  piazza che nelle epoche passate ospitava la ghigliottina. Prima che costruissero la statua dedicata a Cavour. E’ in pietra, ma non so di quale tipo. Mi chiedo cosa ci facciano quegli uomini nudi ai lati del basamento, chi sono? Soprattutto, chi è quello barbuto con la pelle d’orso in testa?
Le panchine in granito. Gelide anche in estate.
In via Maria Vittoria ogni tanto capita di inciamparsi in bellissimi e remoti tombini di pietra. Nascosti laggiù maghi potenti e animali fantastici spiano il nostro passare.
Ma l’apoteosi del porfido è senza dubbio piazza Carignano. Migliaia di cubetti uno accanto all’altro, e losanghe di granito che disegnano rombi allungatissimi. Nel buio, le luci risvegliano le pietre e dipingono scenari  incantati. Affiorano numeri propiziatori.
Il cortile del palazzo ospita invece la tanto amata pietra di fiume, in due tonalità differenti che richiamano i colori della città: il blu e il giallo. Cerchi concentrici, raggiere… nell’atrio, sedici colonne e scale che sembrano botti. E pietra pietra pietra, di ogni tipo, dove appoggiare i piedi e lo sguardo. Poco distanti, nel palazzo accanto, imponenti e misteriose, riposano le statue dei Faraoni, in basanite, arenaria, granito. Ora riflesse da miriadi di specchi.
Ma c’è un altro raffinato, pregiatissimo materiale che popola i marciapiedi e non soltanto del centro: il marmo. Lucente, specchiante, algido, da prendere e scivolarci sù in un tripudio di allegrezza. Galleria San Federico: marmi bianchi e verdi sul pavimento, marmi verdi marezzati da lingue biancastre sulle pareti. Colonne, colonne di marmo che si innalzano voluttuosamente verso una volta ad alveare.
E che dire della pavimentazione arlecchinata della Galleria Subalpina? Pezzetti di marmo di ogni colore, viola, cinabro, bianco, malachite, racchiusi in grandi rettangoli. Anche qui il verde è il colore dominante. La volta pare una nave rovesciata. Dalla balconata in ghisa nera un paio di baffi foltissimi si sporgono… un saluto silenzioso.

Meta-phisique du rôle: prospettive di Torino

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A proposito di prospettive cosa c’è di meglio che interrogare un pittore? E un pittore che con Torino ebbe un rapporto amoroso. Sentiamo come la descrive lui, il grande metafisico Giorgio De Chirico. “Torino è la città più profonda, la più enigmatica, la più inquietante non solo d’Italia ma di tutto il mondo. La bellezza di Torino non si svela che poco per volta…” Bellezza fatale, occulta, ermetica. Dal 1912 al 1915 De Chirico dipinge una serie di quadri ispirati a/da Torino. Le piazze, i lunghissimi portici che alimentano le meditazioni solitarie e i dialoghi filosofici gli sono particolarmente cari. “Torino è apparizione”. L’atmosfera magica, rarefatta, che circonda la città lo attrae. E’ affascinato dalle silenziose statue risorgimentali,  testimoni di un riscatto per l’Italia. Le immagina scendere dai loro piedistalli, stiracchiarsi le membra e in tutta calma avviarsi verso piazza Castello per fare due chiacchiere. Eccoli in fila: Gioberti, Garibaldi, Lagrange, Carlo Alberto, attraversare la strada e dirigersi verso piazza San Giovanni. Che ne direbbe De Chirico della prospettiva dei nuovi bastioni? Mmm. Da corso Regina Margherita il muro di cinta è un po’ troppo alto, in parte copre le Torri in parte la zona del Duomo con la cupola barocca del Guarini. Colonne e pilastri in mattone piemontese sormontati da sfere di alloro argentate attorniano il nuovo Parco Archeologico. Le cancellate però hanno poco a che fare con l’antica Roma.
Ma torniamo a De Chirico, al suo quadro La Torre Rossa. Fra due infilate di portici, sotto un cielo azzurro cupo troneggia una torre in mattoni. Appoggiato a un basso edificio bianco fa capolino l’ombra nera di una cavalcatura.  È il Monumento a Carlo Alberto. La prima cosa però che mi viene in mente guardando il quadro sono le turrite Porte Palatine. Una delle poche vestigia romane rimaste in città. Affacciate su corso Regina Margherita, i mattoni, rossi come allora. Silenziose osservano la zona che da loro ha preso il nome: Porta Palazzo. Un tempo strumento di difesa, una vera e propria fortezza. Carlo Magno e il terribile Barbarossa vi alloggiarono. Nei secoli adibito a vari usi. Risuonano nell’aria le grida e i pianti delle carcerate ottocentesche che qui furono imprigionate. Un vero peccato che ancora non siano stati abbattuti gli edifici questurali che le stanno intorno, architettura da cestinare.
Sull’altro lato, il Museo di Antichità, e lì accanto il Duomo di Torino dedicato a San Giovanni il Battista, la figura francamente più interessante del cristianesimo. La meraviglia della cupola si mescola con quella dell’introvabile chiesa di San Lorenzo. La campana ha un suono umido, stillante, peccato non poter vedere la meridiana. Anche questa cupola è opera di Guarino Guarini, prima sede della Sindone. La cosa strana è che la facciata non è mai stata costruita. Al suo posto c’è un prospetto civile che risale alla metà del XIX secolo. L’interno della cupola è straordinario. La volta affrescata rende evidenti le intenzioni del Guarini, creare meraviglia, effetti suggestivi. Come lui stesso scrive: “L’architettura, che non si compiace, se non di piacere al senso…” Finestre che lasciano passare a fiotti la luce, protagonista indiscussa.
E torniamo al quadro: ne La torre rossa la posizione dell’ombra è la stessa del cavallo di Carlo Alberto nell’omonima piazza. Per un gioco di prospettive le due statue quella di Carlo Alberto e quella di Gioberti in piazza Carignano si salutano. E potrebbe essere lui, Vincenzo Gioberti, la metafisica ombra nel quadro Mistero e malinconia di una strada. Scarpine con fiocco, il libro tenuto in una mano e l’altra infilata nella marsina, soltanto l’indice spunta, ampio pastrano trapuntato, favoriti, sguardo intrigante. Bellissimo profilo.  E per L’enigma di una giornata? Forse la statua di Bottero.
Via Accademia delle Scienze dev’essere senz’altro piaciuta a De Chirico: con un solo sguardo si avvolge piazza Castello e tutta via Lagrange fin giù ai portici di corso Vittorio. Ma attenzione, se si aguzza un po’ la vista sul basamento del cavallo nel quadro Torino a primavera si riesce a leggere: Nuele II -Torino. E’ lui, non c’è dubbio, Vittorio Emanuele II. Chissà cosa ci vuole indicare invece il guanto nero dipinto sulla parete accanto… forse chi affaciandosi dalla finestra vedeva quella la statua? Ancora lui, il Filosofo… Friedrich Nietzsche.

I ponti, frecce scoccate verso un altrove

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Sono da sempre innamorata dei ponti. Ogni volta che ne incrocio uno mi fermo a contemplarlo, muta di fronte a questi festoni di marmo, pietra e ferro che si slanciano da un luogo all’altro, sopra i serpenti verdi. Paiono corpi distesi. Salvifici e magici. Silenziosi, calpestati. “La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo” scriveva Nietzsche nel 1885. Oltrepassamenti verso un dove che non esiste.
Da quante di queste meraviglie è attraversata Torino? almeno trentasei. Alcuni con nomi che non conosco: Amedeo IX il Beato, Ferdinando di Savoia, Alberto del Belgio, Candido Ramello… Altri invece più famosi, vissuti dalla popolazione che non solo ci transita in automobile, in bicicletta, e in tram, ma per fortuna anche a piedi. Come faccio io. Qui è bello incontrare altre persone. Insieme, sospesi su una massa d’acqua insidiosetta che da un momento all’altro può allungare un braccio verdastro agguantarti la caviglia e trascinarti nel suo letto. Eridano dispettoso.
Il pont de pierre Vittorio Emanuele I, è il più vecchio della città. Viene chiamato ponte di piazza Vittorio oppure della Gran Madre. Io preferisco di piazza Vittorio. Mi pare la giusta emanazione, il prolungamento della piazza dove un tempo mi scatenavo sulle giostre a Carnevale.  Sicuramente è uno dei più belli ma non il mio preferito. Costruito interamente in pietra per volere di Napoleone in persona, fra il 1810 e il 1813 (sì, soltanto tre anni) racchiude un piccolo tesoro murato nel pilone centrale: un cofanetto di legno di cedro contenente un metro d’argento, ottantotto monete dell’epoca e due medaglie.
C’è di buono che ora il pedaggio non si paga più. Sul camminamento verso la Gran Madre incontro una coppia di anziani signori che torna a casa dopo l’immancabile tributo al caffè. Lei tiene in  mano un boa di struzzo pervinca. L’aria, che qui è sempre frizzantina, scherza con le piume e le fa svolazzare al di là della ringhiera verde. Ne è passata di acqua sotto i ponti.
I riflessi delle basse arcate sul fiume sembrano gli occhi a mandorla di un esotico dio acquatico. Gli alberi ora scheletrici e nodosi ma in primavera spuma fiorita, s’innalzano a ricordare il letargo della Natura. Un balzo da pantera e sono sul ponte che per più di vent’anni, dal 1879 al 1903,  ha fatto discutere cittadini, stampa, ingegneri, architetti e artisti: quello chiamato Umberto I, che unisce corso Vittorio Emanuele II e corso Fiume.
Peccato che per dar vita a lui abbiano abbattuto il mio preferito, che ora posso soltanto immaginare grazie a vecchie fotografie e cartoline: il ponte sospeso Maria Teresa. Era elegante e ballerino soprattutto quando brigate di festaioli si accalcavano un po’ alticci per rientrare prima che il guardiano chiudesse il passaggio.
Questo invece è solidissimo, e molto largo, ben 23 metri. La vista è stupenda. Le sponde del Po verdi di pioppi, i murazzi, giù giù fino al fratello maggiore appena visto. Son belle persino le gru blu e arancio che puntellano il cielo sopra gli edifici del Borgo Nuovo. La città è un fantasma che tremola sulle acque lente. Uno specchio. Veleggiano protette le anatre.
Qui si può anche scrivere. Mi appoggio comodamente al parapetto e prendo appunti. Un granito liscio, spolverato.  Da un lato il vero castello del Valentino a dall’altro la collina che nelle giornate più umide è immersa nella bruma e il fiume diventa un ectoplasma irreale.
E poi ci sono le statue. La mia preferita è la Pietà. La donna mostra seni puntuti e sfrontati; il viso più da torturatrice che da crocerossina sorregge un maschio corpo disperato. Senza dubbio soffre pene d’amore. Il velo, un tantino rigido, sventolicchia.
Un ciclista si è fermato a guardare cosa combino arrampicata quassù: niente paura sto solo scattando fotografie. Dai ponti ci si butta anche… scendo rapida.
Appoggiata al basamento penso a come sarebbe bello avere la vista di Superman e scorgere in lontananza l’altissimo (69 metri) Arco Rosso. Ma, dice il saggio, simboli si diventa non si nasce.

La parola di oggi: donna (una).

Lorenza

Tremo stendendo l’improvviso fragore
d’un soffice ricordo nel tuo dolore.
Poichè rivedo lunghe le tue dita
portar le mie, goffe, nell’alto della vita.
Là, sul rosso manuale per infanti,
m’insegnavi a sillabare dove scherzano i giganti.
Arrossisco, nel ricordo fin da ora,
al tuo viso di genitor ch’esige prova;
traboccante di pretese e di rinunce,
incurante, nel tuo cuore, di richiami e di denunce,
d’un nobile saper mi feci ricca,
ove ancor eri capace,
dei primitivi segni suggellavi un’oltraggiosa pace.
Dovendoti da sempre le preziose forme del sapere,
a pronta mente morale, retta ed esatta nel volere,
concretizzo in un terribile momento
solo un orto secco di riconoscimento.
E nel tempo non fu chiara la grandezza dell’offerta,
molle scivolò nella mia mente: debole e coperta.
Dovendoti nell’intimo i principi e le saggezze,
dimentica del debito si tingon ora le mie stoltezze.
Sicché non più che in questo tempo,
consegno il risultato del tuo impegno folle e lento.

Al tuo corpo miserello e logorato,
lancio fiacca un sorriso scellerato:
non m’è chiaro come lentamente,
un’arida coscienza e giudizio mai vigente,
m’han lasciato vivere al buio e con dispetto
nel mio pozzo di nero maledetto.

Francesca

Sogno e Linguaggio – Humpty Dumpty

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Follia, dicevamo. Il Gatto del Cheshire, abbiamo visto, insiste molto sul fatto che lì siano tutti matti.
Oltre a lui, il Cappellaio, la Lepre persino il Ghiro, tutti toccati. Un altro personaggio che sicuramente è un po’ fuori di testa è la crudelissima Regina di Cuori che ha la mania della decapitazione e adora le partite a croquet. Partite mai finite perchè fa tagliare la testa prima a tutti i giocatori.

La pazzia è una costante che si ritrova in molti dei personaggi in cui Alice si imbatte, e Carroll riteneva che una delle sue manifestazioni fosse il non saper distinguere fra sogno e realtà. Non stupisce dunque scoprire in questa (mancata) distinzione uno dei fili conduttori delle avventure di Alice.

In Alice in wonderland i due aspetti sono mantenuti  separati: alla fine Alice si risveglia, scopre di aver sognato, e racconta il sogno alla sorella, anche se immediatamente questa si addormenta a sua volta, e sogna Alice che sogna il suo sogno.

Ma vediamo un po’ cosa succede nell’altro libro di Carroll,  Through the looking glass  scritto qualche anno più tardi e ancora più misterioso e torbido del precedente.
E allora: pronti via! Passiamo attraverso lo specchio e scavalchiamo con Alice il mondo conosciuto per immergerci nell’oscurità del bosco dove si gioca la partita a scacchi in cui Alice da pedone diventa regina.

Siamo noi che stiamo sognando? Oppure tutto il racconto è il sogno del Re Rosso che dorme disteso sull’erba con il capo nascosto da una lunga cuffia da notte?

In Attraverso lo specchio infatti la distinzione dei due livelli è più sfumata. Quando Alice si risveglia si chiede: chi dei due ha sognato l’altro? Carroll lascia al lettore la risposta, ma nell’ultimo verso della poesia finale sembra sciogliere i dubbi, dichiarando: “la vita che cos’è, se non un sogno?”

Se questa è la conclusione, allora il non-sense che pervade le avventure di Alice è la vera condizione umana. E il non-sense così massicciamente presente nell’opera di Carroll ci porta all’argomento finale che qui affronto soltanto di striscio, e che tratterò in un’altra sezione più avanti:
IL LINGUAGGIO
e chi meglio di Humpty Dumpty può concludere questo viaggio in Wonderland? Dunque, dò voce a lui:

Quando io uso una parola questa significa esattamente quello che decido io… né più né meno.

Bisogna vedere se lei può dare tanti significati diversi alle parole.

Bisogna vedere chi è che comanda… è tutto qua. Certe hanno un caratterino… soprattutto i verbi: sono i più orgogliosi… con gli aggettivi puoi fare quello che vuoi, ma con i verbi… comunque io posso farli filare tutti quanti! Impenetrabilità! Ecco cosa dico!

Carroll questa volta non scherza più. Nel suo libro Logica simbolica sostiene seriamente la stessa posizione: “qualunque scrittore è pienamente autorizzato a dare il significato che crede ad ogni parola o frase che intende usare”.

Be’, dico io, come potrei non essere d’accordo con loro?!!

“Era brillosto, e i tospi agiluti

facean girelli nella civa;

Tutti i paprussi erano mélacri,

ed il trugon striniva.”

Argo il cieco

savinio

“Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, meta’ sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re… Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano sui davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.”

Così inizia uno dei romanzi più belli che io abbia mai letto. Ma bello non è sufficiente. Occorre sondare il linguaggio e trovare aggettivi più calzanti. Struggente? senza dubbio. Delizioso? senz’altro. Un romanzo che è una poesia per la scelta lessicale, e che incanta sia per il tema che per la struttura.

Sto parlando di Argo il cieco, ovvero i sogni della memoria di Gesualdo Bufalino, grande scrittore, schivo e non abbastanza conosciuto, a mio avviso.

Il libro esce nel 1984 per l’editore Sellerio. Io penso di averlo letto qualche anno dopo e me ne ero a tal punto innamorata da scrivere all’autore una lettera di apprezzamento, tentando senza successo di imitare la sua prosa per fargli omaggio. Non immaginavo che dopo qualche settimana mi sarebbe arrivata una cartolina che custodisco gelosamente, vergata da Bufalino che mi ringraziava e mi invitava ad andare a trovarlo.

Ecco un grande rimpianto della mia vita. Non sono mai riuscita ad andare e quando forse avrei potuto lui morì a causa dei postumi di uno sciocco incidente stradale. Meritava una morte più epica.

Un anno fa sono finalmente andata a rendergli omaggio facendo un giro della sua Sicilia. Modica, paese diviso a metà, di un color ocra meraviglioso, con l’Istituo Magistrale dove lui insegnò negli anni cinquanta, la sua stanzetta da scapolo, e Comiso, dove abitava, il suo appartamento, visto solo da fuori, una palazzina brutta degli anni sessanta o giù di lì. Davanti  c’è un giardinetto. Mi sono chiesta se lui guardando dalla finestra vedesse quegli stessi alberi che vedevo io in un assolatissimo pomeriggio di giugno. E sempre a Comiso La Fondazione Bufalino, conservata e intrattenuta con amore dal delizioso Giovanni Iemulo, che mi ha mostrato la prima stesura di Argo e molte fotografie, e raccontato di lui. Difficile invece trovare la sua tomba. Ho chiesto al funzionario e non lo sapeva, così abbiamo consultato il registro e cercato con la data di morte. Sotto un sole accecante alla fine l’ho trovata. Sobria, come lui. E’ il secondo scrittore che vado a visitare in un cimitero, il primo era stato Louis Ferdinand Céline, e anche con lui l’emozione era stata forte.

Ma torniamo al romanzo. Chi ama l’italiano non potrà che godere della sua prosa. Uno stile inconfondibile, latineggiante nella sintassi, superbo nel lessico e nelle metafore, con un uso continuo e calibrato di fantastiche figure retoriche. Ma anche la storia raccontata è sublime. Pensate che ne conosco a memoria degli stralci tanto mi sono rimasti attaccati alla pelle.

Il finale come l’inizio è folgorante. Ne riporto un pezzetto perché non svela nulla, nella speranza che molti volino in libreria a cercare questo magnifico romanzo.

“Tu, poca, misteriosa vita, che posso dire di te? Se m’hai sempre esibito quest’aria di bambolina truccata; se non hai fatto mai nulla per persuadermi d’essere vera… Odiabile, amabile vita! Crudele, misericordiosa. Che cammini, cammini. E sei ora fra le mie mani: una spada, un’arancia, una rosa.”