Alice delle meraviglie

E veniamo dunque a lei. Non a caso la protagonista del mio romanzo L’ultima ceretta si chiama Alice. L’Alice che ispirò l’opera di Lewis Carroll si direbbe, a giudicare dalle fotografie e dalle cronache, una piccola Lolita. La mia Alice invece è più una libertina, ma di lei ne parlerò altrove.

In ogni caso la Parola chiave di entrambe i libri è: Trasformazione.


Torniamo al libro del reverendo. Per chi non l’ha mai letto, nonostante,  come mi scrive un caro amico, fosse consigliato al liceo per capire meglio la fisica quantistica, ecco il riassunto dell’inizio.

Alice, bambina saputella e curiosa, è in riva al fiume con la sorella maggiore che sta leggendo un libro senza figure e senza dialoghi. Una noia mortale. Per fortuna che proprio sotto il suo naso vede passare, impeccabile, panciotto, guanti bianchi e orologio da taschino un Coniglio Bianco. Gli è subito alle calcagna e via di filato nella tana.
“Giù, giù, sempre più giù. Sarebbe mai finita quella caduta?”
Alice se lo chiede mentre tranquilla scivola, la gonnellina come un paracadute, in una lunghissima galleria che pare un pozzo. Finalmente atterra su un soffice manto di foglie secche. Eccola in un vestibolo, e come ogni eroe che si rispetti, di fronte a numerose porte chiuse a chiave. Ma lei sceglierà la più piccina, ben nascosta da una spessa tenda, e anche lì per poterci passare ne dovrà fare di tutti i colori. Bere, mangiare, crescere, rimpicciolire e alla fine quando non sembra esserci soluzione fare quello che fanno i bambini in difficoltà: piangere. E il lago di lacrime è la salvezza, ci finisce dentro, e nuotando riesce ad uscire dal vestibolo per riprendere l’inseguimento del Coniglio Bianco.

Fin dal principio le tematiche sono importanti: il Tempo, la Ricerca, la Caduta, la Crisi di identità. Ma non è finita qui. Stiamo per passare in un regno Altro. E sarà un susseguirsi di avventure bizzarre e spericolate dove le forme e i significati saltano.

La storia, concepita nel caldo luglio del 1862 durante una gita in barca a Oxford con le tre sorelle Liddell (Alice appunto, a cui il libro è dedicato, Ina e Edith) dal reverendo Charles Lutwidge Dodgson, più conosciuto come Lewis Carroll, è data alle stampe nel 1865.
Da allora Alice in Wonderland ha un crescente e strepitoso successo fino a diventare un libro culto, ambitissimo dai collezionisti, sottoscritta compresa.
Ma cos’è che ci conquista in questo libro dedicato ai bambini e adorato dai grandi?
Per prima cosa la sua Leggerezza, l’imprevedibilità degli incontri, dal Bruco al fantastico Gatto del Cheshire che si diverte a fare sberleffi alla povera Alice costretta a giocare un’improbabile partita di croquet con la crudele Regina di Cuori, scherzi che potrebbero costarle una bella decapitazione. Per non parlare della bruttissima Duchessa, sempre in cerca di una morale per tutto ciò che accade: “e la morale è… Non immaginarti mai diverso da come potrebbe apparire agli altri che quello che eri o potresti essere stato non era diverso da come gli saresti apparso altrimenti”. Chiaro, no?
E poi il ritmo scatenato, le follie, gli indovinelli, i non-sense, i paradossi. Un marchingegno fantastico messo in piedi per spiazzare il terribile colosso del Linguaggio. Carroll ha capito che il linguaggio non è la realtà e di conseguenza ci gioca, si diverte a ribaltare i luoghi comuni, a stravolgere le parole delle canzoncine edificanti, a sbeffeggiare il mondo bacchettone dell’epoca vittoriana. Si pensi soltanto alle materie insegnate nella scuola della Finta Tartaruga: Mistero, antico e moderno, le varie branche dell’Aritmetica: Ambizione, Distrazione, Bruttificazione e Derisione, e, ciliegina sulla torta: Svenimento Spirale. Una vera pacchia!
Dietro ai discorsi del Cappellaio Matto che ragiona sul Tempo si celano ardite riflessioni filosofiche. In Attraverso lo specchio, Humpty Dumpty, autentico dadaista, di linguaggio se ne costruisce addirittura uno proprio.
Insomma, Alice nel paese delle meraviglie è uno di quei libri da rileggere all’infinito, con uno sfondo direi quasi esoterico, che ci richiama, che sfugge, dentro il quale ci perdiamo, anche noi come la protagonista trasportati in un territorio magico (in uno “spazio liscio” direbbe Gilles Deleuze che proprio di Alice ha parlato nella Logica del senso), tra fiori dispettosi, numeri cabalistici, filastrocche alla rovescia, tè di matti, per ritrovarci alla fine del viaggio rinnovati e un po’ più nomadi.


 

p.s La foto inserita qui (per chi non li conoscesse sono il reverendo Lewis Carroll e la piccola Alice Liddell) l’ho trovata in rete ed è la prima volta che la vedo, forse è un fotomontaggio. Chi mi aiuta a scoprirlo?

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3 pensieri su “Alice delle meraviglie

  1. Ammetto colpevolmente di doverlo ancora leggere, ora che mi hai incuriosito lo farò di certo. Immagino che la versione di Walt Disney abbia appiattito di molto lo spirito originario del libro.

    1. in effetti molti lo ritengono solo un libro per bambini ma è molto di più. si sono interessati ad Alice psicologi filosofi scienziati matematici insomma, tantissime persone. comunque ne parlerò ancora. se lo leggi mi dirai le tue opinioni

  2. Ho visto recentemente un film che mi ha fatto pensare ad “Alice nel paese delle meraviglie”. Si intitola “Luna nera” ed è un vecchio film di Louis Malle del 1975. Richiami espliciti da parte del regista, a essere obiettivi, non mi pare ce ne siano; e neppure tra i critici mi risulta che sia mai stata fatta questa associazione: però a me l’ha evocata. Qualcuno l’ha per caso visto e può confermare o smentire?

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