Cara Margherita

Cara dottoressa Margherita, ti sei fermata sul ciglio di quel marciapiede, ed è lì che sei inciampata su di me.

In realtà io non ero affatto lì per caso, era molto tempo che ti aspettavo.

Un giorno mi hai fatto entrare, come si fa con un randagio, o come quando si coglie un fiore appena caduto, trascinato fin lì dal vento della vita. Abbiamo giocato al dottore e al malato, ma le mie ferite sembrano restare nell’ombra, proprio in quella che mi rende spesso invisibile, mentre il mondo circostante mi sfugge continuamente.

Oggi, o al massimo al prossimo appuntamento, scade il tempo a mia disposizione, ed è giusto ch’io lasci il posto a qualcun’altro. Un po’ come quella donna che mi diceva di ringraziare quelli che l’avevano lasciata, per consentire che io potessi arrivare al loro posto. Ma io non ti ho lasciata, non ti ho nemmeno scelto, mi sei capitata, ed ora dovrò cercare di nuovo da qualche altra parte. Quante volte, spesso senza che ne potessi comprendere le ragioni, ho dovuto accettare quel nuovo vuoto, quello che spesso rappresenta un’altra opportunità, mentre devo ricominciare ad agitare le mani, finché non trovo un nuovo appiglio.

L’altra sera, una di quelle innumerevoli sere della mia vita, non stavo nemmeno agitando le mani o il mio fatidico bastone bianco, finché mi trovo una che mi urla nelle orecchie tutto il suo incomprensibile, forse addirittura odio, scaturito dal mio semplice passare davanti all’ingresso del suo ristorantino nel centro della ex-capitale del regno. Ho immediatamente pensato a te, a quando ti avrei potuto raccontare di questo infinitesimo episodio, magari facendoci anche qualche risata, soprattutto per le tette della signora urlante.

La prossima volta, chissà a chi potrò raccontare questa o quell’altra storia.

Qualcuno afferma che tutto ciò che resta nell’ambito dell’umana esperienza, prima o poi sarà costretto a finire…mi domando quando potranno finire tutte quelle mie aporetiche incapacità, da cui scaturisce questa mia solitudine.

 

Giuseppe Girardi

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