Il martirio della lacrima

Il martirio della lacrima

Odiose bollicine salate gonfiano le palpebre, sperlinano in ruscelletti sulle gibbosità illividite e infine spendulano dai nasi arrossati e dalle labbruzze enfiate.

È l’inizio del sabba spaventevole.

Orribili pieghine maligne contorcono orripilanti le gote sfigurate, sbitorzolano gli zigomi stravolgono in ondate scomposte le protuberanze deturpate del labbro e del mento e strapazzano irriverenti la pappagorgia.

Scossoni inconsulti smascellano le fattezze,

Impoltigliano le guance in grotteschi scotimenti fra sverminature di viscidi rivoleggiamenti umorali. Sgorgano, sprizzano, trasudano, spurgano dalle sinuosità rimpolpate delle gote, dalle cavità ingelatinate dei rostri, dai pori vergognosamente dilatati. Esorbitano, tracimano dai poveri globi in esplosione sotto le ciglia inorridite.

Il bercio trattenuto tumulteggia nella gola, rulla sottopelle, resiste malamente ai lardeggiamenti insalivati del volto ed erutta presto da tutte le cavità. Rompe gli ormeggi e raglia infine le slabbrature indecorose della deriva.

È l’esplosione animalesca dei grugniti, dei ruggiti, degli interminabili muggiti, dello strazio belante, dell’ululato raggelante, odiosi stridii, sibili sinistri, schianti improvvisi a ritorturare il sospirato silenzio e a riaprire le cateratte dei liquidi.

Il pianto dirotto ha puzza di cadavere.

Nel ribollio dei gemiti dei tremiti, dei muchi, s’impantana anche l’ultimo fremito di rispettabilità, s’arena l’amor proprio, si insudicia l’orgoglio.

Il pianto è una schifezza

Indegna, una villania ripugnante, un’ignobile fellonia, spregevole nascalzonata.

Il pianto è la rappresentazione sbraitata di ciò che lo ha generato, lo specchio dell’ignominia che lo ha causato.

Chi lo subisce è agnello sacrificale, carne maciullata dalla mascella dei cani.

È un Martire, vittima del Dio del Male.

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