Io, appena nato

Mi ricordo, sì mi ricordo di quel giorno, di quella nebbia, verso le cinque di pomeriggio, quando la stizza in punta, era oramai giunta al vertice ed io, appena nato, inglobato in quei vapori, tra caldarroste e legna di crepitante ardore, emettevo i miei striduli vagiti.

Sì, ripeto, mi ricordo come se fossi stato davvero capace, di percepire quel microcosmo, fatto di mestizie e modestie, appena sufficienti per rendersene conto, non abbastanza pesanti da non potervi porre rimedio.

Sugli strati di quella nebbia, agitata da venti di un est più o meno prossimo, si accumulava una sottile condensa, che rifletteva un residuo di luce, come richiamo di speranze, appena fresche per la futura primavera, immancabile appuntamento, a cui ho voluto partecipare anch’io, in barba alla mestizia e alla modestia.

Nel mio DNA c’era già tutto, oppure tutto ciò che doveva esserci, con salti di valori, di zone d’ombra e chiarissimi bisturi, che nell’intento di separare, indurivano la pelle, lasciando su di essa, colonne di apparenti rigori, mentre non sarebbero stati che semplici paletti, su cui organizzare la prossima trincea.

Quando mi sono accorto di un intruso che mi raddoppiava, che si insinuava dentro di me, le due entità si sono studiate, osservate con cura e cautela, aspettando la mossa dell’altro, finendo con il rendermi immobile.

Tra i due litiganti, il terzo gode; io, in mezzo a quei due, scalpitavo come un vero cavallo impazzito, trascinando con me, quella compagnia di parassiti, a cui ho chiesto conto del loro sussistere, fino a costringerli ad indietreggiare, sullo sfondo di un orizzonte, che né li annulla, né li fagocita, ma ne trasforma gli effetti.

In quei giorni di novembre, di nebbia con la goccia sul suo apice, la visibilità e scarsa, ma io che lo so, me ne riempio i polmoni… e mezzo uomo, mezzo cavallo, procedo con fierezza e impavido incedere, con ai lati quei due intrusi, un pipistrello ed una lince, che sembriamo demoniaci.

Giuseppe Girardi

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