La parola di oggi: Centro Commerciale.

La parola di oggi: Centro Commerciale.

8 Galleri Lingotto Centro Commerciale Torino

Questa notte ho faticato a prendere sonno e, come da regola, ho cominciato a pensare alla lista di faccende che rimando da secoli e la cui scadenza è sempre più vicina. Ho realizzato, tra le altre cose, che fra tre (TRE!) giorni sarà la Vigilia di Natale e la quota-regali che ho comprato si avvicina allo zero assoluto. Il pensiero sofferente ha, ovviamente, decretato una nottata in bianco, ma mi ha anche dato un bel calcio nelle terga costringendomi, questa mattina, a fare la mia entrata in un … CENTRO COMMERCIALE.

Io odio con tutta me stessa i centri commerciali, a partire dai quegli immensi parcheggi che potrebbero fungere benissimo da set per un film di Indiana Jones tanto sono insidiosi. Bisogna procedere lentamente e con occhio guardingo per scovare un misero rettangolino vuoto e quando lo trovi (se lo trovi e non decidi di abbandonare prima la missione) l’unico modo per ficcarci dentro la macchina è applicare il secondo Teorema di Euclide. Bah’.
Un altro grosso problema che riscontro, è la memorizzazione del posto; a voglia a dire che ogni posteggio è riconoscibile dalla sua etichetta: la Coop di Pinerolo, per esempio, è divisa in settori che fanno riferimento al mondo animale: pianura dello scoiattolo canadese, pianoro del cinghiale pezzato, altopiano del gufo europeo e via dicendo. L’ultima volta che ci sono stata ho fatto confusione e sono finita allo Zoo.
Altri parcheggi cominciano con una suddivisione numerica dei piani che va da più a meno infinito, per passare poi alla corsia indicata da una lettera che, a sua volta, è associata al posto indicato ancora con un numero a 4 cifre: così, per poter ritrovare il veicolo, è necessario memorizzare un codice alfanumerico che, molto probabilmente, nasconde la formula alchemica per trasformare il piombo in oro.

In ogni caso, anche questa volta, me la sono cavata e ho varcato la soglia del Lingotto. Appena entrata sono stata immediatamente colta da un senso di grande smarrimento. È che mi sembra di venire inghiottita da un pericoloso Slimer fatto di gente che piroetta a destra e sinistra portando per mano figli, sacchetti e mariti di ogni sorta e misura; poi le luci sono accecanti, i rumori molesti e tante altre cose vischiose che non saprei nemmeno come descrivere.

Dunque comincio a camminare veloce veloce e a testa bassa in cerca del primo negozio di abbigliamento che possa fare al caso mio. Quando mi sembra di avvistarne uno papabile, ci entro con circospezione e prego affinché la Fortuna m’assista. Ma questa, è evidente, è scappata per sempre in New Mexico, dato che, appena entrata, vengo accolta da un’enorme paio di labbra rosse ciliegia inserite in un corpo procace: è la commessa.
Commessa: “Ha bisogno?
Io: “No grazie, do solo un’occhiata.
Commessa: “Se ha bisogno … rimango nei paraggi, eh’? ” e mantiene la promessa intentando un vero e proprio pedinamento atto a osservare ogni mia mossa. Io accelero il passo nascondendomi prima nella corsia degli accappatoi, poi, vedendo che la cosa non funziona, agguanto, lesta, il primo capo che trovo su uno scaffale e mi rifugio nel camerino. Solo adesso mi rendo conto di aver preso un enorme sombrero! Va beh’, posso usarlo per nascondermici dietro e aspettare che mi passi il fiatone. Ma è tutto inutile, tempo 2 minuti e una testolina fa capolino dalla tenda dello spogliatoio: “Allora, come andiamo?”. È la commessa. “Sì, sì, questo sombrero le dona, un accessorio perfetto per lei!
Ormai sono con le spalle al muro, non posso far altro che arrendermi.
Io: “Avrei bisogno di una maglia.
Commessa: “Sesso? Colore? Età? Taglia?
Io: “Maschio, bianco, sulla cinquantina, 175cm, 80 kg.

Quando arrivo al bancone per pagare sono stremata, sudo e mi si sta liquefacendo il mascara. La cassiera, una signora dal caschetto nero, mi rivolge uno sguardo sprezzante. Poi prende la maglia, la esamina, le toglie l’antitaccheggio, passa il codice e sospira. “Ha la tessera?” Mi chiede guardandosi le unghie colorate.
No, ma non mi interess…
Ci mettiamo un attimo. La tessera è gratuita. Con una spesa minima di 1200€ (entro l’anno), ha diritto a uno sconto dello 0,2 per mille sul prossimo acquisto.” E mentre parla socchiude le palpebre con fare intimidatorio.
Ok” rispondo indietreggiando.
Commessa: “Nome, Cognome, codice fiscale, indirizzo, telefono, email.” Io rispondo correttamente a tutte le domande. Poi ne arriva un’altra: “Figli?
No.
Ma subito mi viene in mente che io ce l’ho un figlio! Quindi raccolgo tutte le forze che mi restano e mi correggo abbassando il tono della voce: “Hem, sì, ho un figlio…cioè, una figlia.
La cassiera alza la testa lentamente e mi fulmina con lo sguardo.
Me la sono dimenticata perché è nuova” le dico con voce sempre più bassa “Ce l’ho da solo 8 mesi”.

Così prendo il mio sacchetto e scappo via giurando a me stessa che non metterò mai più piede in un centro commerciale, sempre se ritroverò la macchina: tutte queste emozioni mi hanno fatto dimenticare il codice alfanumerico.

 

2 Responses

  1. Avatar Giorgio ha detto:

    Bel racconto. Agile, leggero, scorrevole, con una piacevole carica di ironia e scampoli di simpatico umorismo. Poi, come un marchio di fabbrica, finale a sorpresa.

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