La parola di oggi: Legami

Prendo spunto, da un pezzo tratto dal romanzo Frankenstein di Mary Shelley che incollo alla fine dell’articolo.

Come più o meno tutti sanno, il dott. Frankenstein, sconvolto dalla morte della madre, studia come instillare la vita a partire da coloro che l’hanno persa, riuscendo a generare un enorme essere dall’aspetto mostruoso. Terrorizzato dalla creatura a cui egli stesso ha dato la vita, si pente e la abbandona al suo destino.

Ed ecco che il legame per eccellenza viene spezzato: il legame, mi viene da dire, fra padre e figlio. Un figlio che non riesce a rispondere alle aspettative del suo genitore e che, per questo, da egli viene rifiutato e lasciato solo.

Il mostro tenta, con ogni mezzo, di instaurare un legame con altri esseri umani, ma il suo aspetto non gli permette di avvicinarsi a chicchessia e viene costantemente allontanato.

Ogni creatura dotata di intelligenza (e il nostro mostro ne ha in abbondanza) non può però sopportare una vita di solitudine. Quindi il “figlio di Frankenstein” in qualche modo deve reagire, e lo fa diventando aggressivo (attacca come reazione al rifiuto) coltivando il sentimento di vendetta (sentimento che lo aiuterà a trovare uno scopo e che lo pervaderà per sempre).

Inutile dirlo, è una costante di chi ha subito il trauma dell’abbandono: aggredisce per difesa,  perché prova un incessante senso di inadeguatezza, di non andare bene a nessuno, di non avere il permesso di vivere (come dice Eric Berne).

A qualcuno sarà capitato di sentirsi, in certi momenti un po’ figlio di Frankenstein, pensando che solo nei libri avrebbe trovato un conforto, che solo lì dentro avrebbe conosciuto esseri con fragilità e paure simili alle proprie. E quando si prova questo, il legame che si instaura con un libro (o con un autore) è fortissimo. Perché si tratta un legame privo di pericoli. Un legame che permette di stare lì sulla soglia della vita, restando a guardarla al di là della porta, senza mai entrarci completamente; giocando una partita senza il rischio di perderla, pur sapendo, che comunque  vada, la conclusione sarà un ignobile pareggio; sì, ignobile, ma sicuramente al riparo dal dolore che comporta il mescolare, per sempre, la propria vita con un’altra.

Francesca.

«Ciò che leggevo, tuttavia, lo riferivo ai miei personali sentimenti e condizioni. Mi scoprivo simile, e allo stesso tempo stranamente diverso, dagli esseri dei quali leggevo e ascoltavo le conversazioni. Ero un osservatore che simpatizzava con loro e che, in parte, li capiva, ma avevo qualcosa di informe nella mia mente; io non avevo legami con nessuno, non avevo relazioni con nessuno. “Il sentiero per la mia dipartita era aperto”, e non c’era nessuno per piangere la mia scomparsa. La mia figura era ripugnante, e la mia statura gigantesca. Cosa significava questo? Chi ero io? Che cosa ero io? Da dove venivo? Dove andavo? Queste domande mi assillavano, ma non sapevo rispondere.
«Il volume delle Vite di Plutarco che possedevo conteneva la storia dei fondatori delle antiche repubbliche. Questo libro ebbe su di me un effetto del tutto diverso dai Dolori del giovane Werther. Dalle fantasie di Werther avevo appreso cosa fossero disperazione e malinconia; Plutarco mi insegnò i pensieri più alti, mi elevò al di sopra della meschina sfera delle mie riflessioni, fino a farmi amare e ammirare gli eroi del passato. Parte delle cose che leggevo sorpassava le mie capacità di comprensione e la mia esperienza. Avevo una vaga nozione di regni, di ampie estensioni di terra, di fiumi maestosi e mari sconfinati. Ma ero perfettamente ignaro di città e di grandi assembramenti umani. Il casolare dei miei protettori era stato la sola scuola nella quale avessi studiato la natura umana, ma questo libro mi schiuse nuovi e più ampi scenari d’azione. Lessi di uomini che si occupavano di affari di stato, governando o massacrando i loro simili. Sentivo bruciarmi in petto il più grande ardore per la virtù, e la ripugnanza per il vizio, per quanto io potevo capire di questi termini, relativi come essi erano per me, soltanto al piacere e al dolore ai quali li applicavo. Influenzato da questi sentimenti ero, naturalmente, un ammiratore piuttosto dei pacifici legislatori come Numa, Solone e Licurgo che di Romolo e di Teseo. La vita patriarcale dei miei protettori faceva sì che queste impressioni prendessero saldamente posto nella mia mente. Forse, se ad iniziarmi alla vita fosse stato un giovane soldato, desideroso di gloria e di avventure, mi sarei ritrovato con dei sentimenti diversi.
«Ma il Paradiso perduto mi suscitò diverse e più profonde emozioni. Lo lessi, come gli altri volumi in mio possesso, come una storia vera. Mi provocò tutti quei sentimenti di meraviglia e di terrore reverenziale che la figura di un Dio onnipotente che guerreggia con le sue creature può suscitare. Spesso riferivo certe situazioni del libro alla mia, poiché le somiglianze mi impressionavano. Come Adamo, io non ero legato a nessun altro essere visibile; ma il suo stato era completamente diverso dal mio sotto ogni altro riguardo. Egli era uscito dalle mani di Dio come una creatura perfetta, felice e fortunata, e il suo Creatore guardava a lui con un’attenzione speciale; a lui era concesso di conversare con esseri di natura superiore da cui traeva sapere, ma io ero disgraziato, infelice e solo. Molte volte pensai a Satana come a un emblema molto più appropriato alla mia situazione, poiché spesso, come lui, quando scorgevo la beatitudine dei miei protettori mi sentivo crescere dentro l’amaro fiele dell’invidia.
[Frankenstein  | Mary Shelley]

#laparoladioggi

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2 pensieri su “La parola di oggi: Legami

  1. In uno sforzo di ottimismo, che non è il mio territorio abituale, cerco di convincermi che ci si possa sentire vincitori anche quando si sta sullo zero a zero o persino quando si è sotto di qualche gol.
    Vero che uno scrittore il quale riesce a stanare le tue paure, le tue debolezze, le tue fragilità è un buon alleato.
    Consola pensare che Beethoven compose la sua quarta sinfonia, un trionfo di vitalità, in uno dei momenti più tristi della sua vita. Chissà che non ci fosse lo zampino di qualche buona pagina, di cui noi non siamo a conoscenza.

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