La parola di oggi: preoccupazioni

Notte Stellata | Van Gogh
Notte Stellata | Van Gogh

Avevo nove o dieci anni e non riuscivo a prendere sonno perché ero attanagliata da non so quale preoccupazione. Che problema può avere un bambino di quell’età? Qualche scaramuccia con un amico, un compitino andato male, un’infatuazione non corrisposta? Comunque, il punto non è questo.

Mio padre, che stava ad ascoltare le mie lagne seduto sul letto, mi chiese di andare con lui alla finestra e mi disse. “Ti ricordi qual è la stella Polare?”
Era l’unica stella che riuscivo (e che riesco) a riconoscere. Così fui in grado di rispondere orgogliosa: “Sì, è l’ultima dell’Orsa Minore”.
“Bene” continuò mio padre. “Immagina di viaggiare su quella stella e guarda la Terra da lassù. Come la vedi?”
“mmm…piccola?” risposi con un po’ di soggezione (con mio padre bisognava essere pronti a rispondere e, se possibile, mai dire corbellerie, se no ci rimaneva male.)
“Esatto, e l’Italia, com’è?” continuò lui.
“È piccolissima!” ero sicura di essere sulla buona strada.
“Giustissimo, e adesso guarda bene e cerca te e me che guardiamo dalla finestra.”
“Caspita! Siamo due puntini!” la cosa cominciava davvero a divertirmi. Non era male come tipo di viaggio.
“Eh sì, siamo due puntini impercettibili fra le tante cose dell’universo. E riesci a vedere la tua preoccupazione?” mi chiese ancora.
“Mica tanto, lei è davvero troppo piccola!”
“Eheh, infatti. Da lassù non riusciamo neanche a vederla. Quindi, tutte le volte che hai un problema, osservalo da lontano, vedrai che ti sembrerà di gran lunga più piccolo.”

Quando ritornai sotto le coperte cominciai un lavoro di concentrazione estrema. Non so quante volte sia andata sulla stella Polare. Eppure, quella preoccupazione continuava a infastidirmi. Forse meno di prima, ma c’era e si faceva sentire. Perciò decisi di richiamare mio papà che entrò in cameretta in pigiama e visibilmente insonnolito.

“La preoccupazione è più piccola, ma io continuo a essere triste.” Gli dissi.
Mio padre ci pensò un po’ su. Io pendevo dalle sue labbra. Chissà che cosa avrebbe tirato fuori questa volta.

“Torniamo alla finestra.” Mi disse sbadigliando.
“Super!” risposi io che, invece, continuavo a essere sveglia come un grillo.
“Guarda il cielo e scegli la stella più lontana che riesci a vedere.” Quindi mi presi qualche secondo prezioso per esplorare il cielo e poi premetti il dito sulla finestra indicando un puntino luminoso. “Quella là!” Intanto sul vetro rimase una piccola impronta.
“Bene, adesso, per andare su quella stella avremo bisogno del tele-trasporto.”
Io mi ero ormai calata perfettamente nella parte: “Ma sei sicuro di aver capito bene la stella? Non è che poi ci perdiamo?”
“Ma va! Certo che ho capito! Stiamo parlando di YK99” rispose tirando fuori un codice che, lo capisco adesso, si inventò in quel momento.
“È lei” Dissi fingendo spudoratamente di conoscere il nome della stella.
“Ochei. Lo sai che la stella YK99 è talmente lontana che in realtà non esiste più?”
“Che cavolo stai dicendo? Certo che esiste: la vedo!”
“Non stai vedendo la stella, ma la sua luce, che è ancora in viaggio verso la terra. Lei si è spenta molti anni fa, ma la luce sta ancora viaggiando verso di noi.”
“Ame mi sembra assurdo.” Dissi incredula.
“A me mi non si dice.” Mi riprese mio padre.
“Ohhh, che barba. Mi sembra assurdo.”
“Sembra assurdo, ma è così. Le stesse cose messe in uno spazio lontano, possono essere totalmente diverse da come le percepiamo qui. Osserviamo stelle ormai spente, ma la distanza che la luce deve compiere è troppa per farci vedere le stelle nella loro reale condizione. Per esempio, la luce del sole che vediamo il giorno è più vecchia di 8 minuti, perché è quello -mi pare- il tempo che impiega ad arrivare fin qui da noi”.
“Ma veramente?” dissi io.
“Già.”
“E le altre stelle?” esclamai preoccupata “Sono tutte spente? A me mi sembra…cioè, mi sembra un grosso inganno!”
“Ma no.” Rispose mio padre cercando di metterci una toppa. “Vale solo per poche stelle”.

Ragionai un po’ sulla questione per poi tornare all’origine del problema.
“Sì, però, la mia preoccupazione che fine ha fatto?”
“Non c’è più! Non ti ricordi? L’abbiamo tele-trasportata su YK99. La percepisci, ma a tutti gli effetti, laggiù, non esiste neanche. Non è confortante?”
“In effetti…sì.” La cosa riusciva davvero a consolarmi.
“E non è finita” continuò mio papà. “da lassù, perfino NOI non esistiamo ancora, la nostra luce (quella che ci permette di vivere il presente) deve ancora arrivare. Molto probabilmente, tele-trasportandoci su YK99 riusciremmo a vedere i nostri antenati, o addirittura gli uomini primitivi, perché la luce sarebbe quella di tantissimi anni fa.”
“Ma che pasticcio!”
“Va beh’. Ora andiamo a letto e lasciamo le preoccupazioni alle stelle.”

Francesca

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2 pensieri su “La parola di oggi: preoccupazioni

  1. L’idea mi piace, inventare stelle dove le preoccupazioni si trasformano in bellezza, per diventare quel pulviscolo colorato che si vede ogni tanto quando un raggio di sole illumina una stanza

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