Meta-phisique du rôle: prospettive di Torino

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A proposito di prospettive cosa c’è di meglio che interrogare un pittore? E un pittore che con Torino ebbe un rapporto amoroso. Sentiamo come la descrive lui, il grande metafisico Giorgio De Chirico. “Torino è la città più profonda, la più enigmatica, la più inquietante non solo d’Italia ma di tutto il mondo. La bellezza di Torino non si svela che poco per volta…” Bellezza fatale, occulta, ermetica. Dal 1912 al 1915 De Chirico dipinge una serie di quadri ispirati a/da Torino. Le piazze, i lunghissimi portici che alimentano le meditazioni solitarie e i dialoghi filosofici gli sono particolarmente cari. “Torino è apparizione”. L’atmosfera magica, rarefatta, che circonda la città lo attrae. E’ affascinato dalle silenziose statue risorgimentali,  testimoni di un riscatto per l’Italia. Le immagina scendere dai loro piedistalli, stiracchiarsi le membra e in tutta calma avviarsi verso piazza Castello per fare due chiacchiere. Eccoli in fila: Gioberti, Garibaldi, Lagrange, Carlo Alberto, attraversare la strada e dirigersi verso piazza San Giovanni. Che ne direbbe De Chirico della prospettiva dei nuovi bastioni? Mmm. Da corso Regina Margherita il muro di cinta è un po’ troppo alto, in parte copre le Torri in parte la zona del Duomo con la cupola barocca del Guarini. Colonne e pilastri in mattone piemontese sormontati da sfere di alloro argentate attorniano il nuovo Parco Archeologico. Le cancellate però hanno poco a che fare con l’antica Roma.
Ma torniamo a De Chirico, al suo quadro La Torre Rossa. Fra due infilate di portici, sotto un cielo azzurro cupo troneggia una torre in mattoni. Appoggiato a un basso edificio bianco fa capolino l’ombra nera di una cavalcatura.  È il Monumento a Carlo Alberto. La prima cosa però che mi viene in mente guardando il quadro sono le turrite Porte Palatine. Una delle poche vestigia romane rimaste in città. Affacciate su corso Regina Margherita, i mattoni, rossi come allora. Silenziose osservano la zona che da loro ha preso il nome: Porta Palazzo. Un tempo strumento di difesa, una vera e propria fortezza. Carlo Magno e il terribile Barbarossa vi alloggiarono. Nei secoli adibito a vari usi. Risuonano nell’aria le grida e i pianti delle carcerate ottocentesche che qui furono imprigionate. Un vero peccato che ancora non siano stati abbattuti gli edifici questurali che le stanno intorno, architettura da cestinare.
Sull’altro lato, il Museo di Antichità, e lì accanto il Duomo di Torino dedicato a San Giovanni il Battista, la figura francamente più interessante del cristianesimo. La meraviglia della cupola si mescola con quella dell’introvabile chiesa di San Lorenzo. La campana ha un suono umido, stillante, peccato non poter vedere la meridiana. Anche questa cupola è opera di Guarino Guarini, prima sede della Sindone. La cosa strana è che la facciata non è mai stata costruita. Al suo posto c’è un prospetto civile che risale alla metà del XIX secolo. L’interno della cupola è straordinario. La volta affrescata rende evidenti le intenzioni del Guarini, creare meraviglia, effetti suggestivi. Come lui stesso scrive: “L’architettura, che non si compiace, se non di piacere al senso…” Finestre che lasciano passare a fiotti la luce, protagonista indiscussa.
E torniamo al quadro: ne La torre rossa la posizione dell’ombra è la stessa del cavallo di Carlo Alberto nell’omonima piazza. Per un gioco di prospettive le due statue quella di Carlo Alberto e quella di Gioberti in piazza Carignano si salutano. E potrebbe essere lui, Vincenzo Gioberti, la metafisica ombra nel quadro Mistero e malinconia di una strada. Scarpine con fiocco, il libro tenuto in una mano e l’altra infilata nella marsina, soltanto l’indice spunta, ampio pastrano trapuntato, favoriti, sguardo intrigante. Bellissimo profilo.  E per L’enigma di una giornata? Forse la statua di Bottero.
Via Accademia delle Scienze dev’essere senz’altro piaciuta a De Chirico: con un solo sguardo si avvolge piazza Castello e tutta via Lagrange fin giù ai portici di corso Vittorio. Ma attenzione, se si aguzza un po’ la vista sul basamento del cavallo nel quadro Torino a primavera si riesce a leggere: Nuele II -Torino. E’ lui, non c’è dubbio, Vittorio Emanuele II. Chissà cosa ci vuole indicare invece il guanto nero dipinto sulla parete accanto… forse chi affaciandosi dalla finestra vedeva quella la statua? Ancora lui, il Filosofo… Friedrich Nietzsche.

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1 pensiero su “Meta-phisique du rôle: prospettive di Torino

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