La cognizione del dolore

La cognizione del dolore

Rileggo “la Cognizione del dolore” di Carlo Emilio Gadda.

Si ripete un’esperienza conosciuta: ogni rilettura è una riscoperta; affermazione che, di per sé, appare tanto ovvia da risultare inutile. Però quando fra una lettura e l’altra si frappone quasi mezzo secolo le cose cambiano un pochino. Ancora, quando il primo approccio risalga agli ultimi anni Sessanta in un ambiente studentesco altalenante fra Palazzo Campana e Palazzo Nuovo, allorché si dava per assodato che qualsiasi atto rivoluzionario fosse concesso, anzi augurabile, anzi dovuto, nelle piazze, nelle case, nelle scuole, nelle fabbriche e, naturalmente, anche nell’elaborazione letteraria, quando la distanza è quella, allora le cose cambiano parecchio.  Quella distanza ha provveduto a smussare, ad adattare, a mitigare, a spegnere, talvolta, i fuochi che parevano eterni, a confondere, a ingarbugliare la realtà, abbattendo i miti e le aspirazioni insieme ai muri, agli entusiasmi folli ed alle fedi cieche. Uno ha avuto modo di imparare che la “normalità” che si può dare per scontata in libreria è, semmai, il ciarpame d’accatto prodotto dalle penne dei calciatori, delle atricette, dei guitti di borgata o, se va bene, i gialletti alla moda, le memorie piagnocolose, i thrillerfiume la cui unica forma di introspezione è la punta di un coltello che cerca tensione emotiva tra le costole di qualche sventurato.

Insomma quella “rivoluzione” non era affatto scontata. E riappropriarsi di questa consapevolezza dà alla rilettura il potere della scoperta, non della “riscoperta”. C’è tutt’altro gusto. E’ un piacere vero, che t’incatena al libro, mentre ringrazi di non averlo perso o sostituito con un’edizione diversa, magari digitale. Su quel libro vai a cercare le tue annotazioni, i rimandi,  e le circonvoluzioni della graffite (mai toccare una pagina con l’inchiostro!) che variava le sue forme sopra, sotto, intorno ai caratteri stampati, in linea continua, ondulata, tratteggiata, seghettata, tenue, calcata, rabbiosa,  nel tentativo di dare evidenza alle tue emozioni.

Non era abbastanza. Ora viene voglia di caricare la mano, perché hai capito che quella non era frutto di una “normalità” dell’innovazione. Quell’autore non era convenzionale neppure nel panorama obbligatoriamente anticonvenzionale del momento.

Certo non era affatto scontato che nel 1936 (l’anno di “Morte a credito” di Louis-Ferdinand Céline), in Italia, si potesse scrivere “polverose penombre occupavano la felicità disumana del soffitto”, o “vescovi mitrati sul pulvinare, bevono la nube ricca, l’ebbro crassume della gloria.”;  “andava i cammini degli uomini, il primo suo figlio… andava le strade arse lungo il fuggire degli olmi, dopo la polvere verso le sere ed i treni”; “quando il canto d’abisso, tra ceri, chiama i sacrificati, perché scendano, scendano, dentro il fasto verminoso dell’eternità”. “…locupletando di nuovi sortilegi, destrogiri gli ormoni marchionici del committente.”;  “varati finalmente nello sciocchezzaio… carene inservate da stupidità. Più insulsi erano, e più felice e liscio gli andava sottoculo lo scivolo, giù,  giù dal croconsuelo verde del Monte Viejo alla tumefazione galleggiativa dell’avenida, barbigli al completo.”.

Che dire di “Santa messa per ammalati cattolici” o “spuntò l’alba della dimane”; “Le cicale franàrono nella continuità eguale del tempo, dissero la persistenza: andàvano ai confino dell’estate.”.

È il trionfo della sinestesia e della metafora ardita.

C’è l’abbondanza dei latinismi, il materiale prezioso, l’arcaismo, il dialettalismo, naturalmente, saltellante e sapientemente distribuito, come una sorta di collante della narrazione,  i barocchismi, il linguaggio scientifico o pseudoscientifico,  e ci sono, rivisitati e riutilizzati, D’Annunzio e tanto Manzoni.

Assapori  l’ondata  straripante di piacevolezze che scorre fra quelle pagine. Un tripudio di genialità inventiva, la sapienza di un gioco letterario che si serve in modo spudorato e totalmente disinibito del materiale “parola”.

C’è talvolta nell’incalzare affannoso della prosa, del racconto, come un rotolare giù a precipizio, a perdifiato, verso l’abisso della sofferenza, che ti obbliga a correre sulle righe con velocità crescente, tralasciando lì per lì certi significati oscuri e non così frettolosamente assimilabili, vien da leggere ad alta voce, nel tentativo di riacciuffare nel suono ciò che sfugge nel senso, di cogliere nell’insieme la sorpresa del dettaglio fantasmagorico.

La lettura pretende di farsi recitazione; mano a mano si va in un crescendo di ricerca espressiva che dà peso alla parola ed alla pausa; e mentre il recitare si disarticola fra le sillabe ci si precipita ad afferrare il senso globale della pagina. E funziona. Faticoso, ma funziona. Dopo puoi tornare sulla parola, sul frammento,  “ràbida gloriòla”, “eripiendo”, “cingani”, “continova”, “piscivùlvolo”, per verificare un’eventuale svista, un errore di lettura; ma no, era proprio “p i s c i v ù l v o l o”,  ma diventa un gioco, perché il “senso” c’è già intero e tutt’al più vuoi toglierti la soddisfazione di capire da dove l’autore abbia cavato fuori quegli “stramaledìsa buccinati”. E’ giusto una curiosità: il periodo, la pagina, il capitolo ci hanno già  riempiti di gioia.

Non mancano  momenti di sincera comicità nel solito tripudio di accostamenti  strampalati, di strambe invenzioni, di sbalorditive trovate là dove si esercita la critica sferzante dell’ipocrisia borghese, nei suoi riti edonisticoculinari, nella simbologia massonica, negli abbigliamenti ridicoli nel loro inutile sfarzo, nei monili, negli orologi complicati ed esclusivi (“un simile cronometro… viene a inserire il suo portatore in una supposta élite matematico-geomantica o geofisica, come chi dicesse una casta sacerdotale-astrologica egizia o caldaica, una comunità chiusa orfico-pitagorica…”).

Ma non mancano neppure lunghi episodi di lirismo lancinante, soprattutto quando il dolore della “povera madre” e la rabbia disperata del “figlio” trovano lenimento consentendo allo sguardo di spaziare nel ricordo del passato o sulle distese verdiazzurrine del paesaggio brianzolo.

Era notte, forse tarda sera: ma una sera spaventosa, eterna, in cui non era più possibile ricostruire il tempo degli atti possibili, né cancellare la disperazione… né il rimorso; né chiedere perdono di nulla… di nulla! Gli anni erano finiti! In cui si poteva amare nostra madre… carezzarla… oh! Aiutarla… Ogni finalità, ogni possibilità, si era impietrata nel buio… Tutte le anime erano lontane come frantumi di mondi; perse all’amore… nella notte… perdute… appesantite dal silenzio, conscie del nostro antico dileggio… esuli senza carità di noi nella disperata notte…”.

“Un tenue, dorato velo di tristezza lungo l’andare della collina, dal platano all’olmo: quando ne frulla via, svolando, un passero: e le chiome degli antichi alberi, pensose consolatrici, davanti ai cancelli delle ville disabitate dimettono la loro stanca foglia.”.

“E là discendeva la costa, assai verde, e là dopo il breve ozio dei laghi erano altri colli dentro la luce, ed ancora, ancora. L’occhio abbagliato voleva inseguirvi una nuova favola, tenue, dolcissima, tra scene lontane, nell’inganno della prospettiva di fuga, aggirando come per un furto d’amore il cilestro di quei bacini livellati.”.

C’è la tradizione letteraria, ma tanto, tanto Gadda.

La storia, così poco “narrata” (Contini parla di “minima, quasi nulla affabulazione”, di “frammento letterario”, altri riconoscono il  “bozzetto”, contestano addirittura la possibilità di parlare di “romanzo”) ha in sé, attorno alle piccole storie convergenti di madre e figlio,  una continuità crescente di suspence, di attesa di un epilogo tragico preannunciato che, fino alla sua conclusione non conclusione, avvince ed appaga.

Giorgio.

Share

1 pensiero su “La cognizione del dolore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

1 + otto =