Esplosione di colore!

Esplosione di colore!

Se abitate a Torino come me prendetevi cinque minuti e passate da piazza Cavour. Ai giardini vi aspetta un’esplosione gialla da togliere il fiato. E’ il Ginkgo biloba. Il giallo è intenso, avvolgente, scalda le mani, gli occhi, e il cuore.

Questa è una foto che ho scattato  l’anno scorso ma che non rende giustizia alla sua bellezza.

Ed eccovi una mia  Diramazione dedicata alla magica pianta.

Mi sono spinto fino ai giardini Cavour, e lì, nel pomeriggio ancora dolce, un sacchetto alla mano, ho iniziato a raccoglierle. Il giallo banana crea un contrasto potente con la corteccia di un bruno quasi nero. Non so perché ma le foglie del ginkgo mi affascinano. Le scelgo una ad una, dalle più grandi con leggerissime lentiggini ocra, alle più tenere eppure già condannate, e poi nodose, lisce, sfrangiate. Le raccolgo tutte da terra e non dalla pianta, sul tappeto magnifico dopo lo sfolgorante splendore d’ottobre. Non faccio che compiacermi per le loro forme, gentilissimi ventagli cinesi, leggeri e ingannevoli. Una volta a casa le sistemerò per bene tra due veline sotto pesanti dizionari. Ci vuole tempo prima che si appiattiscano e secchino. So che il colore manterrà solo in parte la sua bellezza, ma perlomeno le avrò salvate dalla marcescenza.
“Prenda anche quella laggiù, guardi com’è grande.”
Volto la testa, seduta su una sedia a rotelle una giovane donna bruna dagli occhi vivaci mi indica con la stampella un punto poco più in là. Tendo il braccio.
“Quella?”
“Sì.”
La raccolgo e la porgo alla donna che la prende con delicatezza.
“Non è perfetta?”
Sorridiamo entrambi, poi lei sistema la stampella accanto a sé.
“Cosa ne vuol fare?”
“Veramente… non lo so. Mi piace la loro forma…”
“E’ un botanico?”
“No, faccio il panettiere…”
La donna mi osserva incuriosita.
“Davvero?”
Annuisco. Lei fa una risata leggera.
“Scusi, sa, ma lei non assomiglia affatto all’idea che avevo di un panettiere.”
La guardo perplesso mentre fa ruotare la carrozzella e mi tende una mano.
“Se mi aiuta ci sediamo lì.”
Il contatto con la sua pelle è elettrizzante, quando si alza mi accorgo che è piccola. Aiutandosi con le stampelle raggiunge la panchina. E poi vuole sapere tutto del mio lavoro, come preparo il lievito, quanto tempo impasto, o se lo fanno solo le macchine, se mi piace, cosa mi piace, quanti siamo in laboratorio, insomma un terzo grado. Le racconto come riesco. Lei sospira tirandosi indietro una ciocca di capelli.
“Dev’essere bellissimo. Quando sono guarita posso venire al laboratorio?”
Mi sembra già di sentire le canzonature del titolare e arrossisco. Lei si accorge del mio disagio, mi tocca piano il braccio.
“Sono una stupida invadente, mi scusi. Eppure dovevo capirlo che un uomo che colleziona foglie…”
D’impulso porto la sua mano alla bocca e la bacio.
“Venga domani, l’aspetto.”