I ponti, frecce scoccate verso un altrove

I ponti, frecce scoccate verso un altrove

Sono da sempre innamorata dei ponti. Ogni volta che ne incrocio uno mi fermo a contemplarlo, muta di fronte a questi festoni di marmo, pietra e ferro che si slanciano da un luogo all’altro, sopra i serpenti verdi. Paiono corpi distesi. Salvifici e magici. Silenziosi, calpestati. “La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo” scriveva Nietzsche nel 1885. Oltrepassamenti verso un dove che non esiste.
Da quante di queste meraviglie è attraversata Torino? almeno trentasei. Alcuni con nomi che non conosco: Amedeo IX il Beato, Ferdinando di Savoia, Alberto del Belgio, Candido Ramello… Altri invece più famosi, vissuti dalla popolazione che non solo ci transita in automobile, in bicicletta, e in tram, ma per fortuna anche a piedi. Come faccio io. Qui è bello incontrare altre persone. Insieme, sospesi su una massa d’acqua insidiosetta che da un momento all’altro può allungare un braccio verdastro agguantarti la caviglia e trascinarti nel suo letto. Eridano dispettoso.
Il pont de pierre Vittorio Emanuele I, è il più vecchio della città. Viene chiamato ponte di piazza Vittorio oppure della Gran Madre. Io preferisco di piazza Vittorio. Mi pare la giusta emanazione, il prolungamento della piazza dove un tempo mi scatenavo sulle giostre a Carnevale.  Sicuramente è uno dei più belli ma non il mio preferito. Costruito interamente in pietra per volere di Napoleone in persona, fra il 1810 e il 1813 (sì, soltanto tre anni) racchiude un piccolo tesoro murato nel pilone centrale: un cofanetto di legno di cedro contenente un metro d’argento, ottantotto monete dell’epoca e due medaglie.
C’è di buono che ora il pedaggio non si paga più. Sul camminamento verso la Gran Madre incontro una coppia di anziani signori che torna a casa dopo l’immancabile tributo al caffè. Lei tiene in  mano un boa di struzzo pervinca. L’aria, che qui è sempre frizzantina, scherza con le piume e le fa svolazzare al di là della ringhiera verde. Ne è passata di acqua sotto i ponti.
I riflessi delle basse arcate sul fiume sembrano gli occhi a mandorla di un esotico dio acquatico. Gli alberi ora scheletrici e nodosi ma in primavera spuma fiorita, s’innalzano a ricordare il letargo della Natura. Un balzo da pantera e sono sul ponte che per più di vent’anni, dal 1879 al 1903,  ha fatto discutere cittadini, stampa, ingegneri, architetti e artisti: quello chiamato Umberto I, che unisce corso Vittorio Emanuele II e corso Fiume.
Peccato che per dar vita a lui abbiano abbattuto il mio preferito, che ora posso soltanto immaginare grazie a vecchie fotografie e cartoline: il ponte sospeso Maria Teresa. Era elegante e ballerino soprattutto quando brigate di festaioli si accalcavano un po’ alticci per rientrare prima che il guardiano chiudesse il passaggio.
Questo invece è solidissimo, e molto largo, ben 23 metri. La vista è stupenda. Le sponde del Po verdi di pioppi, i murazzi, giù giù fino al fratello maggiore appena visto. Son belle persino le gru blu e arancio che puntellano il cielo sopra gli edifici del Borgo Nuovo. La città è un fantasma che tremola sulle acque lente. Uno specchio. Veleggiano protette le anatre.
Qui si può anche scrivere. Mi appoggio comodamente al parapetto e prendo appunti. Un granito liscio, spolverato.  Da un lato il vero castello del Valentino a dall’altro la collina che nelle giornate più umide è immersa nella bruma e il fiume diventa un ectoplasma irreale.
E poi ci sono le statue. La mia preferita è la Pietà. La donna mostra seni puntuti e sfrontati; il viso più da torturatrice che da crocerossina sorregge un maschio corpo disperato. Senza dubbio soffre pene d’amore. Il velo, un tantino rigido, sventolicchia.
Un ciclista si è fermato a guardare cosa combino arrampicata quassù: niente paura sto solo scattando fotografie. Dai ponti ci si butta anche… scendo rapida.
Appoggiata al basamento penso a come sarebbe bello avere la vista di Superman e scorgere in lontananza l’altissimo (69 metri) Arco Rosso. Ma, dice il saggio, simboli si diventa non si nasce.

 

4 Responses

  1. Avatar Enrico C. ha detto:

    Che a Torino ci siano trentasei ponti non l’avrei mai detto! Avrei risposto cinque, al massimo sei.

  2. Avatar Dario Bonzano ha detto:

    Un ponte torinese con una storia curiosa è il Ponte Mosca. E’ quello che permette a Corso Giulio Cesare (che all’epoca fu chiamato Corso Ponte Mosca) di superare la Dora, è in pietra ad una sola arcata, cosa avveniristica per l’epoca in cui è stato costruito (1830), infatti sollevò perplessità tecniche, tanto che all’inaugurazione il progettista Bernardo Mosca e la sua famiglia sostarono su una barca sotto al ponte fino al completo smantellamento dei sostegni di cantiere.

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